di Lorenzo Infantino (da “L’Opinione del 7 febbraio 2018)

Pubblichiamo il testo integrale della relazione tenuta dal Prof. Lorenzo Infantino (Presidente della Fondazione Hayek Italia) al Festival della Cultura della Libertà che si è tenuto lo scorso 28 gennaio a Piacenza e che è stata pubblicata a puntate, sul quotidiano L’Opinione, dal 2 al 7 febbraio.

1.Conoscenza e mercato

Ringrazio gli organizzatori per avere pensato a me come relatore di un tema impegnativo come l’eredità culturale di Friedrich A. von Hayek, il pensatore che nel Novecento ci ha fornito la maggiore riformulazione del pensiero liberale. Gli anni che ho trascorso all’interno del suo edificio teorico sono molti. Ma ciò non facilita il mio compito: perché sono tanti gli aspetti che dovrò escludere. Cercherò di soffermarmi su ciò che in questo momento può meglio aiutarci a dipanare il groviglio di problemi in cui si dibatte la vita economico-sociale e politica del nostro Paese.

Com’è noto, Hayek ha riconosciuto di avere avuto in Ludwig von Mises l’uomo da cui ha teoricamente appreso di più. E Mises ha legato il proprio nome soprattutto alla teoria austriaca del ciclo economico, cioè alle cause monetarie della crisi, e alla critica dell’economia pianificata. La prima questione verrà toccata più avanti, in stretta connessione con il problema della “denazionalizzazione” della moneta. Prendo avvio dal secondo punto, perché è quello da cui Hayek è partito per giungere alla maggiore delle sue acquisizioni teoriche.

Malgrado le decisive obiezioni di Mises, che comunque non è stato il primo a sottoporre a severo vaglio critico l’idea del piano unico di produzione e distribuzione, una lettura poco attenta, o addirittura superficiale, dello storico saggio di Enrico Barone su Il ministro della produzione nello Stato collettivista, aveva aperto la strada al convincimento che, soppressa la proprietà privata e soppresso il mercato, il problema del calcolo economico si sarebbe potuto risolvere tramite le equazioni dell’equilibrio economico generale. Esattamente l’opposto di quel che Barone riteneva e che, ancor prima, era stato sostenuto da Pareto.

Sull’utilizzo degli schemi dell’equilibrio economico generale come equivalente funzionale del mercato, Hayek non avuto esitazione alcuna. Ha chiaramente spiegato che il punto rilevante della questione non sta nella struttura formale del sistema di equazioni, quanto nella natura e nella quantità di «concrete informazioni che occorrerebbero per cimentarsi in una soluzione numerica». C’è qui sinteticamente anticipato quanto di lì a poco Hayek scriverà in Economics and Knowledge e poi successivamente in The Use of Knowledge in Society e in The Meaning of Competition. L’idea è che, come c’è un problema di divisione del lavoro, c’è anche un problema di divisione della conoscenza. Se possedessimo tutte le «informazioni rilevanti», se potessimo prendere avvio da un «sistema dato di preferenze», se avessimo la conoscenza «completa dei mezzi disponibili», la questione sarebbe di «natura puramente logica». Ma il «carattere particolare del problema di un ordine economico razionale discende […] dal fatto che la conoscenza delle circostanze di cui ci dobbiamo servire non esiste mai in forma concentrata o integrata, ma solamente sotto forma di frammenti dispersi di conoscenza, incompleta e spesso contraddittoria, che gli individui posseggono separatamente. Il problema economico della società non consiste quindi nella semplice questione di come allocare risorse “date” – se “date” è preso nel senso di date a una singola mente, che risolve deliberatamente il problema posto da questi “dati”. Si tratta piuttosto del problema relativo a come assicurare il migliore uso di risorse note a singoli membri della società, per fini la cui importanza relativa è nota solo a tali individui […], in breve, si tratta del problema di come utilizzare la conoscenza che, nella totalità, non è in possesso di alcuno».

Come Hayek riconoscerà, in una dimenticata pagina della Wealth of Nations, Adam Smith aveva già sollevato la questione. Aveva posto in luce l’impossibilità di centralizzare le infinite conoscenze di tempo e di luogo disperse all’interno della società (e, problema non meno rilevante, aveva anche richiamato l’attenzione sul fatto che, se in qualunque forma si fosse realizzata una centralizzazione del processo decisionale, si sarebbe costituito un potere che avrebbe impedito ogni libertà individuale di scelta). Supporre pertanto che un singolo uomo disponga della “conoscenza rilevante”, o ritenere che “tutti sappiano tutto” (come avviene nella teoria dell’equilibrio economico generale), conduce alla cancellazione di quel processo di trasmissione della conoscenza che rende possibile il co-adattamento dei piani dei singoli attori.

La mobilitazione delle conoscenze di ciascuno alimenta un gigantesco procedimento di esplorazione dell’ignoto e di correzione degli errori, da cui dipende il soddisfacimento dei bisogni di ognuno. In tale processo, i prezzi sono come una «sorta di macchina per la registrazione dei cambiamenti o come un sistema di telecomunicazione che consente ai singoli produttori di sorvegliare solo i movimenti di pochi indicatori – come un ingegnere potrebbe sorvegliare le lancette di pochi quadranti – per adattare le proprie attività a cambiamenti di cui potrebbero non sapere mai nulla di più di quanto si riflette nel movimento dei prezzi».

Il mercato svolge quindi un compito che nessuna singola mente può svolgere. Non essendo alcuno di noi dotato di onniscienza, esso è l’unico strumento di cui disponiamo per utilizzare conoscenze altamente disperse, che non appartengono al genere che «può entrare nelle statistiche» e che pertanto non possono essere trasmesse ad alcuna «autorità centrale». Ciò significa che la «differenza fra la concorrenza economica e le migliori procedure scientifiche sta nel fatto che la prima è un metodo atto a scoprire fatti particolari, rilevanti per il perseguimento di obiettivi specifici e temporanei, mentre la scienza mira a scoprire quelli che chiamiamo “fatti generali”, cioè regolarità di eventi».

Hayek ha dichiarato che Economics and Knowledge, il saggio con cui ha per la prima volta criticato i presupposti gnoseologici della teoria dell’equilibrio economico generale, è stato l’«evento decisivo» della sua «biografia intellettuale». Si potrebbe perciò dire che è stata la questione metodologica a essere “decisiva” nel suo itinerario teorico.

2.La democrazia illimitata

Se il mercato è prima di ogni altra cosa un procedimento di esplorazione dell’ignoto e di correzione degli errori, ogni intervento che alteri tale procedimento comporta una manomissione della libera mobilitazione della conoscenza e dell’allocazione delle risorse. Il che mina l’efficienza dell’attività economica, proprio perché viene colpito l’utilizzo delle conoscenze di tempo e di luogo e la canalizzazione delle risorse che, in assenza di interferenze autoritative, viene posta in essere. Dal punto di vista strettamente economico, ciò vuol dire che gli impieghi di capitale saranno coercitivamente sottratti a settori che possono sopravvivere e svilupparsi senza la protezione politica e vengono convogliati verso settori che, senza quella protezione, non potrebbero stare sul mercato. C’è una caduta della produttività, che viene presto accompagnata da un deterioramento della posizione relativa occupata in campo internazionale. Ma i difensori delle interferenze autoritative osservano soltanto gli effetti di breve termine, individuati nel salvataggio (provvisorio) delle attività sussidiate. Tralasciano le conseguenze di medio e lungo termine, che impongono nuovi interventi a favore delle iniziative sotto protezione. E cancellano il fatto che le risorse utilizzate sono sottratte allo sviluppo di attività efficienti, alla crescita della produttività e del prodotto.

Anche se nella storia della teoria economica sono stati numerosi i pensatori che hanno criticato l’interventismo statale (anzi, possiamo dire che l’economia politica è nata come critica dell’interventismo), Hayek è stato colui che meglio ha indagato il legame che unisce lo sviluppo economico alla mobilitazione delle conoscenze di ciascuno. Ha in tal modo dato alla libertà individuale di scelta una base gnoseologica, che costituisce il prioritario argomento per tenere ben distinta l’attività economica da quella politica e limitare contestualmente il potere pubblico. Ecco perché il suo principale obiettivo polemico è stato quella situazione politica che egli stesso, nel corso di una conversazione pubblica con James M. Buchanan, ha definito «democrazia illimitata», quel contesto in cui «non è più la volontà o l’opinione della maggioranza […] che determina cosa debba fare il governo, ma è il governo che è costretto a soddisfare ogni tipo di interesse particolare, allo scopo di mettere assieme una maggioranza». È la sistematica aggressione alla sovranità della legge e il trionfo della sovranità parlamentare, di qualunque cosa cioè venga approvata dai corpi legislativi. Il che (ha precisato Hayek) «porta alla barbarie, non perché sia dato il potere ai barbari, ma perché lo si è slegato dai freni delle norme, producendo così effetti che sono inevitabili, quali che siano le persone a cui il potere stesso viene affidato».

Diviene allora impossibile «far prevalere princìpi generali». Per rimanere tale, la maggioranza «deve continuamente» “remunerare” il sostegno dei diversi gruppi attraverso la concessione di benefici e favori particolari. Il «processo di contrattazione non è altro che un accordo per assistere i propri sostenitori a spese» di quanti non hanno “protezione” politica o che danno il proprio consenso nell’illusione di poter al loro volta ottenere dei vantaggi. Si moltiplicano i provvedimenti che nulla hanno a che vedere con il diritto e che sono emanati sotto la spinta degli interessi più disparati. La legge viene sostituita dalla legislazione, che è lo strumento normativo dell’interventismo economico. Si afferma il “governo degli uomini”. L’uguaglianza dinanzi alla legge, che è l’unica uguaglianza liberale, viene divelta. L’allocazione autoritativa delle risorse prende il posto dell’allocazione competitiva. La pólis si trasforma in oikía o, per usare lo specifico linguaggio di Hayek, l’ordine sociale basato sulla libertà individuale di scelta (il cosmos) cede il passo a un ordine prescrittivo (taxis), che viene variabilmente orientato e riorientato a seconda degli interessi che di volta in volta si coagulano. La politica diventa «lotta per il potere», condotta da parte di «interessi organizzati», che utilizzano l’idea della cosiddetta «giustizia sociale» come “copertura” delle proprie reali finalità.

Tale situazione è l’habitat di un demi-monde affaristico, che è il puntuale portato di ogni tipo di interventismo. Ed è a ciò, Hayek ha affermato, che la politica deve la «propria cattiva reputazione tra la gente comune, poiché si è consapevoli che essa è finalizzata a una serie di contrattazioni tra interessi particolari». Non c’è quindi una causa morale della decadenza politica, ma c’è una causa politica della decadenza morale: perché la decadenza morale è semplicemente l’altro volto della dissipazione, dovuta alla manomissione del processo competitivo di esplorazione dell’ignoto e alla conseguente allocazione autoritativa delle risorse. Viene anzitutto colpita l’attività economica, ma è la stessa politica a rimanere vittima della logica spartitoria che ha abbracciato.

Che la «democrazia illimitata» produca tali esiti non è una sorpresa. Hayek si è spinto indietro nel tempo. Ha mostrato come l’aggressione al “governo della legge” abbia prodotto sempre le stesse conseguenze. Ha richiamato Senofonte, il quale aveva già chiaro il problema: «In un’occasione memorabile gli ateniesi riuniti dichiararono mostruoso che fosse loro impedito di fare qualsiasi cosa avessero deciso; nessuna forza esistente avrebbe potuto limitarli; decisero che nessun dovere avrebbe dovuto limitarli e che non sarebbero stati vincolati da alcuna legge non fosse stata fatta da loro. [E,] in questo modo, l’emancipato popolo di Atene divenne un tiranno».

Hayek si è inoltre rifatto ad Aristotele, il quale non aveva esitato ad affermare che «dove le leggi non sono sovrane […], tale democrazia non è assolutamente costituzionale». Ma Aristotele aveva fatto di più. Aveva compreso che «nelle città in cui la democrazia governa secondo la legge, non si ha il demagogo […], mentre i demagoghi sorgono dove le leggi non sono sovrane: il popolo diventa allora il vero monarca, ed esso è costituito dai più, i quali sono signori, non presi uno per uno, ma tutti insieme». Sottolineava che, «trovandosi in queste condizioni ed essendo perciò una specie di monarca, [il popolo] cerca di esercitare il suo dominio da solo, rifiutando l’autorità delle leggi, e diventa dispotico, vengono in onore gli adulatori e questa democrazia diventa analoga a quella monarchia che si chiama tirannide»; ossia: se la pólis assume il compito di allocare le risorse economiche, i demagoghi e i loro apparati prendono il sopravvento. E non solo. Aristotele sapeva inoltre che, dove tutto si regola con i decreti, non c’è «democrazia nel vero senso della parola, perché nessun decreto è universale». Riteneva che fosse necessario evitare la distribuzione di «beni in eccedenza»: perché «coloro che li ricevono ne chiedono di nuovo». Il che alla fine significa trovarsi nell’impresa impossibile di «riempire un vaso forato». Non diversamente da Senofonte, Aristotele aveva consapevolezza di quale via potesse imboccare la «democrazia illimitata». E, sebbene non fosse riuscito a vedere il problema della mobilitazione della conoscenza o ad avere padronanza dei meccanismi economici, era giunto ad afferrare quanto importante fosse impedire che il potere pubblico allungasse le proprie mani sull’attività economica.

Bene ha fatto pertanto Hayek a rileggere le pagine di Senofonte e di Aristotele. Egli non ha recuperato la definizione di “oclocrazia” di Polibio. Ma il quadro è nitido. Ecco perché desta stupore l’incapacità della scienza politica di gettare una luce chiarificatrice sulla deriva prodotta dalla manomissione del “governo della legge”. In proposito, ci sarebbe molto da dire. Hayek ha parlato di «realismo cinico», volendosi riferire all’atteggiamento di molti «scienziati politici contemporanei, che considerano la democrazia unicamente come una forma di quella inevitabile lotta in cui si decide “chi avrà qualcosa, quando e come”».  A essere chiamato in causa, è qui Harold D. Lasswell con il suo Who gets What, When, How. Ma la critica si estende a tutti coloro che esplicitamente ritengono che la democrazia sia un regime politico in cui non si pongono limiti alla sfera d’intervento del potere pubblico o a quanti giudicano le costituzioni «qualcosa di antiquato che non deve trovare posto nella concezione moderna dello Stato».

Si capiscono quindi le ragioni per le quali Hayek ha scritto: «Sebbene creda fermamente che, se vogliamo la pace e la libertà, l’attività di governo debba svolgersi secondo princìpi approvati dalla maggioranza del popolo, devo francamente ammettere che, se democrazia diviene sinonimo di governo della maggioranza dotato di potere illimitato, io non sono democratico, considero un tale governo pernicioso e non credo che possa funzionare nel lungo periodo». Come dire che, se volta le spalle al “governo della legge” e alla limitazione del potere, la democrazia non ha futuro. Diviene una «democrazia morbosa», di fronte a cui ci saranno dei leader politici che ci proporranno – era questa la preoccupazione di Hayek – di uscire con «mezzi disperati».

 

Anche se non sempre è stato posto nella necessaria evidenza, Hayek ha individuato nel potere monopolistico di emettere moneta uno dei principali strumenti della «democrazia illimitata». Non a caso lo studioso austriaco ha scritto: «La moderna espansione dello Stato è stata largamente agevolata dalla possibilità di coprire i deficit emettendo moneta: generalmente utilizzando il pretesto che ciò sarebbe servito ad accrescere l’occupazione». Ma veniamo più direttamente al problema.

Come strenuo difensore della teoria delle conseguenze inintenzionali delle azioni umane intenzionali, Hayek ha condiviso con Carl Menger, il fondatore della Scuola austriaca di economia, l’idea che il denaro sia nato dalla cooperazione volontaria, senza la previa programmazione di una mente ordinatrice. Ossia: il denaro è una di quelle “istituzioni spontanee”, di cui nessun uomo in particolare può attribuirsi la paternità. Menger ha riconosciuto che la «sanzione» da parte della pubblica autorità ne ha migliorato la condizione. Ma resta il fatto che il denaro è qualcosa che appartiene alla cooperazione sociale volontaria, da cui è stato prodotto. Ne consegue che, se viene trasformato in una creazione della politica, perde il suo originario carattere, che dipende (non bisogna dimenticarlo) dai vantaggi e dall’accettazione liberamente decisi dagli attori sociali.

Purtroppo, a partire dal primo Novecento, si è fatta strada la teoria statalista della moneta, sostenuta in particolare da Georg Friedrich Knapp. Dell’opera di Knapp (Staatliche Theorie des Geldes), Menger ha detto: «È lo sviluppo coerente delle Polizeiwissenschaften prussiane. Quale giudizio si può dare di un popolo la cui élite, dopo duecento anni di economia politica, trova da estasiarsi, quasi fosse una sublime rivelazione, di fronte a una simile assurdità, che poi non è neanche nuova?». E tuttavia la cosa più inquietante è che l’opera di Knapp è stata tradotta in inglese su indicazione di John Maynard Keynes, la cui teoria è debitrice della dottrina statalista. Il keynesiano Treatise on Money si apre infatti con un un aperto avallo a Knapp, di cui si dice che «accetta come “moneta” – e giustamente a mio avviso – tutto ciò che lo Stato s’impegni ad accettare in pagamento, sia o meno dichiarato a corso legale fra i privati». Keynes ha inoltre affermato: «Lo Stato […] entra anzitutto in gioco come l’autorità legale che obbliga al pagamento della cosa corrispondente al nome o alla descrizione di cui al contratto. Ma entra doppiamente in gioco quando inoltre avoca a sé il diritto di determinare e dichiarare quale cosa corrisponda al nome e di variare la sua dichiarazione di tempo in tempo; quando, cioè avoca a sé il diritto di riformare il dizionario. Questo diritto è reclamato da tutti gli stati moderni, così come è stato per quattromila anni almeno. Con il raggiungimento di questo stadio nell’evoluzione della moneta coincide la piena realizzazione del cartalismo di Knapp; della dottrina, cioè, secondo cui la moneta è peculiarmente una creazione dello Stato».

La contrapposizione fra Menger e Hayek da una parte e Knapp e Keynes dall’altra non potrebbe essere più netta. Per i primi, il denaro è uno strumento creato dalla cooperazione sociale volontaria; per Knapp e Keynes è un mero mezzo di pagamento imposto dallo Stato. Bisogna però chiarire che Hayek non ha inteso «proibire allo Stato di fare alcunché»; ha semplicemente fatto notare che lo Stato non può proibire agli «altri di fare cose che essi potrebbero fare meglio». E ha precisato: «Non dubito che l’impresa privata, se non le fosse stato impedito dal governo, da molto tempo avrebbe potuto e voluto offrire al pubblico la possibilità di scegliere tra più valute. E quelle, fra tali valute, che fossero prevalse nella competizione sarebbero state essenzialmente stabili e avrebbero impedito sia l’eccessiva stimolazione degli investimenti, sia i conseguenti periodi di contrazione».

C’è qui l’idea che la concorrenza riesce a soddisfare meglio i bisogni dei cittadini, perché essa è un «procedimento di scoperta»: mette continuamente a confronto le vecchie con le nuove soluzioni. Il che è precisamente ciò che è reso impossibile dal monopolio, perché non mobilita le conoscenze disperse all’interno della società. «Un singolo organo statale, in posizione di monopolio, non è in grado di acquisire le informazioni necessarie a regolare l’offerta di moneta». «Nessuna autorità può accertare in anticipo “la quantità ottima di moneta”, solo il mercato può scoprirlo». E gli errori della politica monetaria si pagano con il susseguirsi di periodi di boom e di depressione. Ci sono cioè delle cause monetarie del ciclo economico.

La “denazionalizzazione della moneta” non è quindi qualcosa di sovrapposto alla teoria economica austriaca. È semplicemente la coerente conclusione a cui giunge chiunque si renda conto dell’impossibilità di determinare «costruttivisticamente» la “quantità ottima di moneta”. Il che è quanto tutti gli esponenti della Scuola austriaca di economia hanno sostenuto. Hayek ha portato alle sue logiche conclusioni un’idea, quella della concorrenza monetaria, su cui aveva particolarmente insistito Menger. E ci ha lasciato anche un’impareggiabile lezione metodologica.

In un saggio scritto nella fase in cui stava originariamente riflettendo sul problema della dispersione delle conoscenze di tempo e di luogo, egli ha scritto: «Ogni spiegazione delle crisi economiche deve incorporare l’assunzione che gli imprenditori hanno commesso degli errori. Ma il mero fatto che gli imprenditori commettano degli errori può difficilmente essere considerato una spiegazione delle crisi. Le erronee decisioni, che producono erroneamente perdite, appariranno probabili solo se possiamo mostrare perché tutti sono simultaneamente caduti in errori che vanno nella stessa direzione. La spiegazione che ciò sia dovuto a una specie di contagio psicologico, o che per qualunque altra ragione la più parte degli imprenditori avrebbe commesso il medesimo evitabile errore di valutazione, non convince. È più probabile che essi possano essere stati fuorviati da indicatori o eventi solitamente affidabili».

Ossia: l’«esplosione degli errori imprenditoriali» è la conseguenza degli errori commessi dagli organi preposti alla politica monetaria. Non ci sono pertanto cause psicologiche della crisi. E non ci sono ragioni psicologiche che possono creare le condizioni per uscire dalla crisi. Ciò potrebbe trovare posto nel ristretto schema utilitaristico di John Stuart Mill o nella sua piatta applicazione keynesiana, secondo cui gli «animal spirits» spingerebbero capitalisti e imprenditori al superamento delle fasi di depressione economica. La debolezza di tale spiegazione è plateale. Se gli «animal spirits» fossero davvero la forza che determina l’uscita dalla crisi, essi sarebbero anche in grado di impedire la caduta nella fase negativa del ciclo. Coloro che ricorrono agli «animal spirits» per spiegare i fenomeni economici imboccano la strada di uno psicologismo che va nella direzione opposta a quella che fin dalla loro nascita è stata percorsa dalle scienze sociali. Che ciò venga fatto da dilettanti o da uomini di poche letture è anche comprensibile. Ma costituisce pur sempre una rozza e fuorviante aggressione alla complessità dei fenomeni sociali.

È stato George A. Selgin a parlarci lo scorso anno di questi problemi. Coloro che come Selgin, come Lawrence White o il mio dotto amico José Antonio de Aguirre, stanno lavorando nella scia di Hayek sanno bene che il monopolio statale della emissione di moneta è uno dei prioritari strumenti dell’interventismo. Tale monopolio è in stridente contrasto con ciò che una società aperta deve essere. Quest’ultima è la negazione di ogni fonte privilegiata della conoscenza. L’altro è esattamente l’opposto.

Non siamo ora in grado di anticipare a quale soluzione il processo di globalizzazione ci potrà concretamente condurre. E tuttavia, congedando la seconda edizione de The Denationalization of Money, Hayek ci ha ricordato che il «principale compito del teorico dell’economia o del filosofo politico è quello di agire sulla pubblica opinione, per rendere politicamente possibile quel che oggi è politicamente impossibile». E ha aggiunto: «Di conseguenza, l’obiezione che le mie proposte sono al momento impraticabili non mi dissuade dallo svilupparle».

4. Conclusioni

Senza alcuna pretesa di completezza, ho cercato di soffermarmi su alcuni dei temi che Hayek ci ha lasciato in eredità. Possiamo trarre dal suo esempio l’incitamento a non demordere. In circostanze molto peggiori delle nostre, egli non lo ha fatto. E, malgrado tutti i rovesci, è rimasto convinto che, se anche «la prima esperienza di libertà che abbiamo vissuto nei tempi moderni dovesse rivelarsi un fallimento, ciò non sarà perché la libertà sia un ideale impraticabile, ma perché abbiamo provato nella maniera errata». D’altronde, che l’azione politica dei liberali debba fare i conti con le più svariate difficoltà è cosa ben nota. Benjamin Constant scriveva che un «destino crudele attende, in tutte le epoche, gli amici della libertà! Disprezzati, sospettati, circondati da uomini incapaci di credere nell’imparzialità, nel coraggio, nei convincimenti disinteressati». Malgrado ciò, Constant ammoniva a non vivere «lontano dagli uomini». Soprattutto, giudicava un grave errore spaventarli con i propri progetti.  E qui è il caso di rammentare che, come certi intellettuali sono sovente affetti da una forma di dandismo etico, che li porta a ritenere moralmente superiore la loro posizione, alcuni studiosi liberali cadono spesso in una sorta di dandismo intellettualistico, che li spinge a credere che il livello teorico delle loro proposte sia l’unica cosa che conti. Non si pongono il problema del consenso. Ed è un errore fatale. I processi sociali sono carichi di interessi e di aspettative. Occorre pertanto essere cauti. Non bisogna mai presentare le proposte liberali come punitive. È necessario porre sempre l’accento sui vantaggi che potranno essere realizzati, mostrando tutte le contraddizioni e la “miseria” delle politiche interventistiche.